Il Bonsai Geografico


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Conversare con uomini d'altri secoli è quasi lo stesso che viaggiare” (R. Descartes).

L’importanza del confronto con altri: la vita, il pensiero e profili psicologici e culturali di chi si è reso visibile alla storia della società umana. Si cercherà di approfondire o conoscere personaggi storici, artisti, filosofi o scienziati oggetto di discussioni non sempre risolte.

 

Una vita passata a raccontare il conflitto ceceno

 

LA GIORNALISTA DEI DIRITTI UMANI

Anna Stepanovna Politkovskaja è nata nel 1958 a New York figlia di diplomatici russi. E’ stata una giornalista russa famosa per il suo impegno nella difesa dei diritti umani, per il suo lavoro di reporter in Cecenia, per la sua ostinata opposizione al governo di Mosca e in particolar modo al presidente Putin.

La giornalista russa lavorava per il quotidiano indipendente di stampo liberale Novaja Gazeta, a partire dal quale, attraverso i suoi articoli, denunciava i misfatti e i crimini commessi dal governo russo e dai militari in Cecenia. I suoi attacchi erano diretti e criticava apertamente l’autorità superiore dell’esercito incarnato da un ex membro del KGB, Putin. Si batteva contro quanto la propaganda ufficiale propinava ai cittadini russi, divenendo così una presenza scomoda per molti potenti dentro e fuori il Cremlino.

Il 7 ottobre 2006 viene assassinata nell'ascensore di casa sua a Mosca da un killer mentre rincasava. La sua morte ha provocato la mobilitazione di molte persone dentro e fuori la Russia.

 

Politkovskaja  è uno dei pochi giornalisti, se non l’unico, che ha indagato a fondo i crimini di guerra commessi in Cecenia e che purtroppo, nel momento in cui scrivo, continuano ad essere perpetrati. Una volta letti i suoi libri, articoli e reportage si entra a contatto con il suo universo personale fatto di ricordi, esperienze vissute e sentimenti contrastanti come ad esempio l’amarezza e tristezza per una guerra ingiusta e quindi la condanna contro ogni tipo di violenza e nello stesso tempo l’odio, il rancore che possono portare alla vendetta violenta. Nel contempo si colgono chiaramente i tratti salienti del suo universo professionale: documentazione sui fatti e sulle persone, interviste, indagini, presenza in loco, oggettività e chiarezza.

 All’inizio, la prima impressione è stata quella di credere di avere a che fare con una giornalista cinica, ma in realtà l’apparente cinismo non era altro che il prodotto dalla sua professionalità: rendere i fatti che racconta il più oggettivo possibile. E riportarli senza sentimentalismi, passioni e idee di parte. Questo combattendo contro ciò che urlava il suo cuore che non ne poteva più di tutta la sofferenza e il dolore che le vicende di guerra producevano. Non è divenire insensibile ai soprusi, alle ingiustizie, ma proteggersi in una qualche maniera. Come ha più volte affermato la Politkovskaja nei suoi scritti, la guerra cecena è in grado di plasmarti e purtroppo ne subisci gli effetti, anche a distanza, e pure in contesti lontani dalla Cecenia.

Anna è l’esempio concreto del giornalista che mette a repentaglio la sua stessa vita pur di raccontare al mondo e alla sua “Russia asservita” quanto accade nel Caucaso. Tuttavia i suoi articoli non raccontano solo cronache di morti, uccisioni, ingiustizie, anzi descrivendo tutto ciò, analizzando la psicologia dei soldati russi ci permette di comprendere per riflesso chi sono i russi e cosa è diventata la Russia di oggi.  

POLITKOVSKAJA E LA GUERRA CECENA

Ne “CECENIA. Il disonore russo” racconta la guerra come un conflitto interiore della società russa che senza una morale stabile si lascia incantare dalla politica cinica di Putin, secondo il quale, proponendo un nuovo nemico, in questo caso il popolo ceceno, è possibile far rinascere un nuovo senso dello stato e del patriottismo. Senza peli sulla lingua e nonostante le numerose minacce di morte descrive scene di violenza, torture, saccheggi e stupri commessi ai danni dei civili ceceni da parte dei militari russi che godono d’impunità e totale legalità. Attraverso gli orrori di questa guerra Anna ci fa un ritratto agghiacciante, paradossale e incredibile di cosa sia diventata oggi la Russia e ci mostra come in realtà noi Europei siamo consci di quanto accade in questa regione dell’Asia. Tutto ciò avviene con il tacito consenso dei presidenti di Francia, Inghilterra e Usa.

     In molti, tra amici e non, le hanno più volte consigliato di lasciare perdere questa guerra e di tornarsene al sicuro, lontana dai guai, in Russia. Di lasciar perdere quindi un lavoro che in patria non le frutta alcun guadagno ma solo miseria, solitudine e pericoli rappresentati dalle intimidazioni, minacce, calunnie e dalla censura. Il consiglio è di godersi il successo che ha ottenuto all'estero facendo conferenze su conferenze. Invece, Politkovskaja ha preferito continuare a lavorare in questo modo per raccontare una guerra più volte dimenticata dal mondo. Come lei stessa ha più volte affermato: “Perché se abbandono adesso, [...] se altri giornalisti moscoviti, volessero darmi il cambio prima di aver imparato a muoversi in questo dedalo infernale, rischierebbero la pelle più di me. e se morissero li avrei sulla coscienza.

     Di fronte a questo coraggio e ostinazione ci si può chiedere cos'è che la muove ad agire in questa direzione. Lei risponde per patriottismo, ma potrebbe essere che senta il suo lavoro come una “missione umanitaria” un po' come la intendeva il collega polacco, Kapuscinski, secondo il quale era rischioso scrivere, ma ciò che più importava dello scrivere erano le sue conseguenze, gli effetti concreti che produceva sulla realtà. In effetti, Anna ha sempre sperato di ottenere un risultato concreto da questo punto di vista, ossia di riuscire finalmente a scalfire il muro di silenzio eretto dalla Russia, come del resto dal mondo, intorno alla tragedia cecena. Tuttavia man mano che andava avanti, la speranza ha cominciato ad affievolirsi tanto da portarla più volte ad affermare “Ma chi me lo fa fare?” il fatto di sapere che “Ho sul mio conto di giornalista un ragazzo di quindici anni ucciso con sua madre […]che, raccoglieva informazioni sui crimini di guerra commessi contro gli abitanti del posto. […] Su quale ‘mensola’ della mia coscienza potrei collocare l’immagine del figlio di Markha?”. L’unica via è continuare perché queste morti non siano state vane, perché la gente sappia, perché si possa attuare resistenza al tipo di giornalismo asservito a Putin che si sta instaurando in Russia.

 

DALL’OSSERVAZIONE ALLA RIFLESSIONE

     Politkovskaja è stata in Cecenia quaranta volte.  Non c’è niente che non conosca di questo paese, a parte quando finirà la guerra… la giornalista si domanda più volte cosa voglia in realtà Mosca dalla Cecenia. Non c’è ricchezza in quel paese, il petrolio basta a mala pena per pochi. Non c’è nessun legame tra i guerriglieri musulmani ceceni e la rete terroristica di Al Qaeda. La scusa dell’islamismo è solo un modo per far piacere a Bush  nella sua guerra al terrore e per legittimare le azioni militari. Forse ciò che più teme il governo russo è l’attitudine naturale del popolo ceceno: la voglia di libertà. Si teme quindi che perdendo la Cecenia si possano scatenare altri indipendentismi. Come se, per chi governa, il sogno di ritornare al fasto e alla potenza territoriale della Russia sovietica sia una possibilità certa e di conseguenza da non trascurare. Peccato però che questo debba avvenire a scapito della vita di migliaia di persone uccise brutalmente, violentate, torturate e minacciate.

 Peggio ancora è la consapevolezza di Politkovskaja e di tutti noi che l’ascoltiamo, che una nuova generazione di giovani ceceni stia crescendo nell’odio mortale nei confronti dei russi. L’esempio che più volte fa è quello dell’attentato terroristico del Nord-Ost: colui che era a capo dell’azione terroristica, un ventinovenne, aveva vissuto entrambe le guerre cecene. Non c’è quindi da stupirsi di tanto odio. Altro esempio, ma anche riferimento storico è quello dei pogrom. Come sempre la gente tende a dimenticare la storia passata. Questo è un errore commesso più volte e che ha portato ad enormi catastrofi. Al tempo della Russia zarista vi regnava un eccessivo patriottismo che ben s’accompagnava all’antisemitismo (oggi invece c’è l’anti-ceceno). Gli ebrei vivevano come paria confinati in zone, i pogrom appunto, dai quali non potevano uscire. I giovani ebrei di conseguenza crescevano nell’odio, considerandosi martiri e fomentando la rivoluzione. Le conseguenze le conoscono tutti: coloro che fecero la rivoluzione d’ottobre del 1917 provenivano da quei gruppi.

     Essendo giornalista Politkovskaja non può fare a meno di riflettere su ciò che  vede, sente e prova sulla sua stessa pelle; e non può non farsi numerose domande disseminate dal ripetuto “perché?”. Ovviamente non ha mai trovato risposte soddisfacenti dopo essersi rivolta agli artefici di guerra, ai militari ai funzionari governativi. Eclatante è l’esempio tratto da un interrogatorio ad un ragazzo diciannovenne, che lei stessa riporta come emblematico:

“Perché l’hai ucciso?”

“Non lo so.”

“Perché gli hai tagliato le orecchie?”

“Non lo so.”

“Perché gli hai fatto lo scalpo?”

“Ma è un ceceno!”

“Capisco.

     Prima di essere giornalista, Anna è una donna con un cuore, con una sensibilità estesa, direi anche empatica, senza la quale difficilmente avrebbe avuto successo nel suo lavoro. Una qualità ma a volte anche difetto che le ha permesso di rispondere a molte delle sue domande stentando tuttavia a crederci vista la difficoltà, che lei stessa ha più volte sottolineato, di trovare una spiegazione logica, razionale a questi fatti.

 LA DURA CRITICA CHE ANNA RIVOLGE CONTRO “NOI”

Sempre nello stesso libro citato più sopra a livello stilistico Politkovskaja utilizza diverse volte il pronome personale “Noi”. E spesso lo fa quando è arrivata al punto giusto per rivolgere una critica e accusa durissima nei confronti di tutti coloro che fanno gli indifferenti. Questo lo fa dopo aver raccontato di soprusi, crimini e gesti brutali. Chi crede che quel “Noi” si rivolga esclusivamente al popolo russo si sbaglia. Al contrario nessuno di noi è immune al menefreghismo, all’indifferenza. Anche gli europei, gli americani, gli africani ecc sono divenuti intolleranti nei confronti di chi è diverso, di chi è Altro. Basti pensare alla rinascita dei nazionalismi e dei movimenti o gruppi che proclamano la superiorità di un dato popolo al quale appartengono. Sbagliato è pensare che sia una malattia che colpisce solo l’occidente. Essa ha trovato terreno fertile anche in oriente. L’analisi acuta che conduce la giornalista ci stupisce perché dimostra uno sguardo antropologico che non si limita solo a psicologizzare chi osserva, ma ricerca anche i motivi che stanno dietro determinate a azioni.

PERCHE’ DOVER MORIRE PER IL PROPRIO LAVORO?

In un articolo scritto per Another Sky, un’antologia curata dall’associazione English Pen Anna Politkovskaja descrive la sua condizione di giornalista “scomoda”. Ecco alcuni estratti esplicativi:

 

“Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all'estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. […] sono considerata una nemica impossibile da "rieducare".

 “[…] Perché Kadyrov vuole uccidermi? Una volta l'ho intervistato e ho pubblicato le sue risposte senza cambiare una virgola, rispettando tutta la loro incredibile stupidità e ignoranza. Kadyrov era convinto che avrei riscritto completamente l'intervista, per farlo apparire più intelligente. In fondo oggi la maggior parte dei giornalisti, quelli che fanno parte "dei nostri", si comporta così”.

 “Non ho aderito a nessun partito perché lo considero un errore per un giornalista, almeno in Russia”.

 “La mia vita è difficile, certo, ma è soprattutto umiliante. A 47 anni non ho più l'età per scontrarmi con l'ostilità e avere il marchio di reietta stampato sulla fronte. Non parlerò delle altre gioie del mio lavoro – l'avvelenamento, gli arresti, le minacce di morte telefoniche e online, le convocazioni settimanali nell'ufficio del procuratore generale per firmare delle dichiarazioni su quasi tutti i miei articoli […]”.

 “[…] Naturalmente gli articoli che mi presentano come la pazza di Mosca non mi fanno piacere. Vivere così è orribile. Vorrei un po' più di comprensione. Ma la cosa più importante è continuare a fare il mio lavoro, raccontare quello che vedo, ricevere ogni giorno in redazione persone che non sanno dove altro andare. Per il Cremlino le loro storie non rispettano la linea ufficiale. L'unico posto dove possono raccontarle è la Novaja Gazeta”.

      Queste parole parlano da sole. Non è un’invenzione che il giornalista di guerra rischi la pelle ovunque vada se si allontana dalla propaganda generale. Politkovskaja è il chiaro esempio  del reporter che vive il suo lavoro come fosse una missione che consiste nel portare alla coscienza e agli occhi dei suoi lettori e non, la realtà dei fatti senza “abbellimenti” e senza filtri. Proprio per questo il lavoro svolto a questa maniera necessita di riconoscimento, rispetto perché prezioso. In virtù di questa preziosità che tutti noi che ascoltiamo o leggiamo dovremmo salvaguardare chi pratica questo tipo di mestiere e il lavoro che ne segue.

 

Per non dimenticare...                            

Sono passati più di due anni da quando è morta Benazir Bhutto. Ecco un articolo per ricordarla e per raccontare brevemente cos’è successo in quel lontano 27 dicembre 2007 e cosa ha rappresentato tale figura politica.

 

Bologna, lì 27-12-07

 

Benazir è morta. Morta per mano di un estremista, dicono affiliato ad Al Qaeda. Bhutto, la prima donna laica e democratica ad aver governato un paese musulmano, il Pakistan, nel lontano 1988. L’ex premier stava partecipando ad un comizio sorridente, fiera e forte […] nonostante le molteplici minacce di morte ricevute in passato. L’uomo che le ha sparato contro, non soddisfatto dell’atto, si è fatto poi esplodere provocando una strage di morti e feriti. Lei ricoverata in ospedale non ce l’ha fatta: è morta senza svegliarsi dal coma. Non ci sono parole per descrivere lo sconcerto, la rabbia e l’indignazione. Su tutte queste emozioni primeggia lo sconforto, lo stesso sentimento che si prova di fronte ad una bruciante, amara e irreparabile sconfitta. N’è uscita sconfitta non solo l’idea di democrazia, ma in particolar modo la speranza di cambiare e di sopravvivere. Il cambiamento rispetto al regime di Musharraf e la sopravvivenza al sempre più dilagante estremismo islamico.

Indipendentemente dalle accuse di corruzione mosse contro, Bhutto rimaneva pur sempre l’unica speranza che il Pakistan aveva contro un futuro dominato dall’estremismo, alimentato clandestinamente dal regime di Musharraf. Bhutto non era solo un faro per il popolo pakistano, era qualcosa di molto più prezioso; personalità come la sua che decidono di dedicarsi, nonostante i pericoli, alla politica del proprio paese sono rare. In virtù di questa loro peculiarità dovrebbero essere salvaguardate. Il beneficio che gente di questo tipo può portare, non riguarda solo l’oriente, ma anche l’occidente. Sono il segnale che gli ideali di libertà, democrazia, tolleranza possono fiorire anche in simili contesti, non necessariamente in occidente, come la tradizione più ottusa vuole. Deve infondere speranza l’esistenza di donne e uomini che si oppongono alla tendenza e mentalità estremista. Ma se ogni volta che essi acquistano visibilità, diventando così indigesti ai nemici della democrazia e della pace, vengono uccisi, allora quale prospettiva di cambiamento avremo?

        Molti considerano la morte di Benazir Bhutto come l’ennesima fine fra tante. La solita fine che può aspettarsi chiunque si trovi in queste zone calde, dal medio all’estremo oriente. E’ sbagliato ragionare in questi termini. Nonostante i differenti sforzi da parte della comunità internazionale siano spesso falliti in simili situazioni, non bisogna disperare. E’ un segnale positivo la presenza di così tanti sostenitori della Bhutto in un paese come il Pakistan, musulmano e fortemente sessista. Gli altri paesi a maggioranza islamica dovrebbero prendere esempio da questa figura femminile. Devono capire che la presenza di donne istruite, emancipate socialmente e politicamente possono rappresentare una grande risorsa per lo sviluppo della propria società. E Benazir è la prova che questo può succedere.

M.S

 


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Ultimo aggiornamento: 29/07/2010.

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